Cronache della Salagiochi

Le Cronache della Salagiochi:

Primo appuntamento con una serie di racconti rigorosamente anni ’90 in un una sala giochi piena di fumo

Storie di vita vissuta in un rione di case popolari, in un bar che era insieme tabacchino, sala giochi e sala da tressette. Attorno alle  uniche tre coin-up relegate in fondo, in una specie di sgabuzzino che tutti chiamavano “la saletta” trascorrevano le loro giornate i ragazzi “randagi”, i più giovani del rione, quelli in età da riformatorio. Un bar dove per entrare a giocare dovevi pagare la “tassa”. Per questo primo appuntamento vi racconterò la volta che ho visto eliminare il super boss di Final Fight.

Quel pomeriggio da cani che vidi il boss di Final Fight volare dalla finestra

un racconto Arcade di “Markolnikov”

Caldo, come può essere solo il mese di agosto alle tre del pomeriggio. Estate, quando le vacanze duravano tre mesi. L’Italia era arrivata terza ai mondiali l’anno prima ed io ero stato mandato in missione da mio zio al bar, dietro lauto compenso di un Lemonissimo. Dovevo comprargli le sigarette in quel bar che nel nostro rione era anche tabacchino, sala giochi e salumeria. Il bar. A quell’ora si riunivano lì tutti i ragazzi “randagi”, come se non avessero abbastanza spazio in casa, e forse era vero, in quel rione di case popolari dove ogni famiglia aveva almeno quattro figli e soldi per mantenerne nessuno. Ogni volta che entravo in quel posto ero costretto a pagare la “tassa”. Li vedevi lì, i ragazzi randagi della saletta, tutti intorno ai videogiochi che muovevano le manopole senza inserire la monetina da 200 lire, fingendo di spostare i personaggi in quello che era solo un esempio del gioco vero. Questo era quanto potevano permettersi. Una finzione della finzione. Per questo ogni volta che entravo nel bar mi estorcevano 200 lire e se non le avevo mi conveniva scappare rapido come uno struzzo nel deserto.

                                                                   

correva l’anno…
Vista del quartiere nel 1990

Quel giorno però avevo fatto i conti per bene, tra soldi per le MS e lemonissimo non mi sarebbe rimasto nulla quindi, se pagavo la tassa, avrei dovuto rinunciare al mio premio. Caldo. Dovevo mangiare quel ghiacciolo per sopravvivere. Ne avevo bisogno. Avevo un piano. Entrare nel bar, comprare le sigarette cercando di mimetizzarmi col bancone, prendere il ghiacciolo al volo, lasciare i soldi nelle mani della signora e fuggire, svelto e invisibile come Shinobi.

Ho scrutato l’ingresso del bar prima di entrare. Vicino al bancone non c’era nessuno. Strano. Sentivo le voci però e così ho allungato il collo per vedere meglio. Erano tutti in fondo, una decina di persone di fronte la coin-up di Final Fight.

Cabinato di Final Fight
Locandina Final Fight

Lo avevano messo a maggio quel gioco e subito era diventato un must per i frequentatori abituali del bar, che si immedesimavano in quella storia di botte nel ghetto dove un po’ rivedevano le loro vite, sognando di riuscire a colpire un giorno un avversario con il calcio volante a gambe unite di Haggar. Onore per i buoni del videogame ma un inusuale rispetto per i cattivi. Il loro preferito era Andore, forse perché era alto e grosso, poi impazzivano per il punkettone Two P. e per Holly Wood, il militare con i coltelli. Il samurai Sodom per loro era un esempio di stile mentre Axl e Slash erano due cacasotto perché, pur essendo alti e grossi si proteggevano dalle “mazzate”. Quando erano loro a giocare sceglievano Haggar, naturalmente, sempre secondo quel principio fisico per cui la forza è proporzionale alla massa, lo stesso principio che avrebbe portato molti di loro a scegliere improvvidamente l’inutile Zangief nelle loro sfide a Street Fighter 2.

Schermata di selezione dei tre protagonisti
Alcuni randagi dai quali toccava difendersi

 Ho comprato le sigarette, poi mi sono avvicinato silenzioso, pronto alla fuga ma nessuno faceva caso a me, tutti ipnotizzati da quello schermo. Era uno nuovo a giocare, un ragazzo più grande, la sigaretta tra le labbra. Concentrato ma rilassato, un mucchietto di monetine da 200 lire poggiate in uno dei due portacenere vuoti della macchinetta. Ho guardato lo schermo. Cody, il personaggio biondo con maglietta bianca che prendevo sempre anche io, camminava su una specie di lungomare con le panchine, la statua della libertà sullo sfondo e un sacco di nemici. Non avevo mai visto quel quadro, al massimo io ero arrivato al primo ring ma poi Sodom mi faceva  a fette. Una volta avevo anche visto uno combattere contro un poliziotto barbuto e armato di pistola ma il penultimo livello non lo avevo mai visto. Il ragazzo era bravissimo, faceva delle combo di cui ignoravo completamente l’esistenza, tra i commenti estasiati del suo pubblico farciti da bestemmie verso quegli infami dei nemici che accerchiavano l’eroe tutti insieme.

Cody Quaratino
…quella sera che uccisero il Poliziotto
…cazzotti verdi fritti alla fermata del tram…
scena di un tipico pomeriggio nel quartiere…

Non c’era più rispetto per i nemici, solo odio. Non avevano mai visto come andava a finire quel gioco e quei bastardi si frapponevano alla soddisfazione della loro curiosità. Le monetine del ragazzo sparivano sempre più velocemente ma intanto era arrivato all’ultimo quadro, la casa di Belger, il super boss, quello che aveva rapito la figlia di Haggar per costringerlo a collaborare con la malavita. Belger all’inizio sembrava inoffensivo, costretto su una sedia a rotelle ma poi scoprivi che su quelle due ruote si muoveva velocissimo, chiamava a raccolta un sacco di sgherri e soprattutto aveva tra le mani una balestra che sparava a ripetizione. Il ragazzo provava a sfruttare i calci volanti di Cody, per sfuggire ai nemici e colpire Belger ma il livello di energia del boss scendeva rispetto alle monetine che stavano ormai per finire. Quando a Cody mancavano pochi calci ben assestati per uccidere Belger, un colpo di balestra mandava in frantumi il nostro sogno. Il nostro eroe era cascato a terra stecchito, la partita era finita. Sullo schermo era apparso Cody legato con un candelotto di dinamite che rischiava di esplodere e il countdown che dava  al giocatore il tempo di aggiungere altre monetine e continuare, ma le monetine erano finite e il ragazzo guardava il tempo scorrere inesorabile.

…le ragazze del quartiere. Brave donne.
Traduzione: “Aiuto!”
???!!!
Cody contro Belger prima dello scontro finale

Cazzo, giusto alla fine. Il pubblico già stava cominciando a lasciare la saletta ma io sentivo che non doveva finire così e che probabilmente la fine di quel gioco non l’avrei mai più rivista. Ho messo le mani in tasca. Fanculo il lemonissimo. Sarei morto di caldo, ma non me ne importava. Ho preso due monetine e ho allungato la mano per lasciargliele nel posacenere vuoto, poi mi sono allontanato. Doveva essere lui a finire quel gioco, lo meritava. Il ragazzo ha detto solo “grazie” senza sapere neanche chi fosse stato, poi ha ripreso a giocare. Quando Cody è riuscito finalmente a lanciare dalla finestra quel bastardo armato di balestra, io sono fuggito via dal bar. Sapevo che quando il gioco sarebbe finito i “randagi” mi avrebbero assalito per provare su di me le mosse che avevano imparato nel gioco, assolutamente irriconoscenti riguardo il mio sacrificio che aveva permesso loro di potere raccontare in giro come finiva Final Fight.

La caduta di Belger (e di tutti i Randagi con lui)

Quel pomeriggio non ho visto come finiva Final Fight. Non ho più assaggiato il fresco piacere del lemonissimo. Quel pomeriggio ho fatto anche incazzare mio zio che ha aspettato un’ora per quelle sigarette ma ero contento, sentivo che quel pomeriggio avevo contribuito a costruire un pezzo di storia della sala giochi perché secondo me, dopo quel pomeriggio nessun altro è riuscito a finire quel gioco nel nostro bar e se tutto questo è stato possibile, un po’ è stato anche merito mio.

Ps: ciò non mi ha esentato dal continuare a pagare la tassa ogni volta che entravo in quel bar.

Il Lemonissimo, più che un ghiacciolo, un’istituzione.

 

 

 

 

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INSERTCOIN

C'è una generazione che ha cavalcato l'evoluzione dell'unico "media interattivo" che sia stato in grado di unire il gioco alle altre arti, al cinema alla musica all'illustrazione, alla narrazione, alle emozioni. INSERTCOIN è quella generazione. È vuole raccontarla a tutti.

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